In questi anni abbiamo imparato a conoscere un termine che, nel tempo, ha accompagnato diversi accadimenti che hanno segnato la nostra storia: Unità di crisi. In alternativa, si parla di Tavolo di crisi, e consiste nel comitato operativo attivato dalle istituzioni per affrontare un momento di particolare difficoltà.
Altro che problem solving
Lo abbiamo vissuto durante la pandemia del 2020, nel corso dei terremoti che hanno colpito il nostro Paese, in particolare da questo terzo millennio. Senza contare il quadro internazionale, con le incertezze sui mercati legate ai conflitti in corso, la crisi delle materie prime e la spada di Damocle che pende sul nostro export alla luce dei dazi imposti dagli Usa.
Dinamiche che impongono una governance straordinaria, con il ricorso a comitati o task force per velocizzare le tempistiche della politica affidandosi ad esperti e a figure tecniche.
Dal commissario al risk manager
Se sul fronte istituzionale, in base alla natura dell’emergenza, ci si affida alla figura di Commissario, nel mondo delle imprese emerge il ruolo del Risk manager. I punti di contatto sono molteplici, proprio per gli effetti delle contingenze sull’economia e sulle imprese.
Ma cosa può fare un’azienda per far fronte alle conseguenze di una crisi? Avvenimenti come quello occorso di recente nella penisola iberica, con il blackout generale che ha paralizzato larga parte di Spagna e Portogallo, non sono certo prevedibili. In compenso, la resilienza di un’impresa non dipende solo dalle facoltà di far fronte agli imprevisti, bensì dalla capacità di anticipare, calcolare, se possibile prevenire quelle condizioni in grado di compromettere il benessere aziendale.
Le frontiere del risk management
Nell’orizzonte delle possibilità tutto può succedere, l’importante è farsi trovare preparati attivando, rafforzando e valorizzando i processi di risk management. Gli eventi meteo estremi, più frequenti e violenti a seguito del riscaldamento globale, rappresentano una variabile allarmate per molti settori: dall’edilizia all’agricoltura, dal turismo ai trasporti e alle comunicazioni. Uno degli spauracchi più percepiti, dalle multinazionali in poi, sono gli attacchi informatici. Fenomeni spesso legati anche a ricatti: soldi in cambio dell’impegno a non diffondere dati sensibili o compromettere tutti i sistemi. Ipotesi, non troppo remote, che stanno spingendo il mondo del business a dotarsi di strutture specializzate e professionisti dedicati.
Le origini del risk management
Il risk management nasce negli Stati Uniti nella metà del secolo scorso, non a caso nel periodo che porta gli Usa ad intervenire nella seconda guerra mondiale. L’esigenza era quella di identificare i principali fattori di rischio per l’impresa, limitando quanto più possibile gli impatti negativi per tutelare la business continuity e la redditività. In questo scenario la figura del risk manager rappresentava il punto di riferimento per la sopravvivenza delle aziende, come pure per elaborare le strategie programmatiche e nuovi modelli di sviluppo capaci di accelerare i processi di ripresa economica una volta concluso il conflitto.
Le sfide attuali del risk management
Oggi il Risk management può essere affidato a consulenti esterni o a professionisti in seno alle aziende. Dotarsi di una struttura interna facilita l’attivazione dei percorsi e delle risorse. Tanto che, a prescindere dalle circostanze, molte realtà si stanno attrezzando con uffici preposti, con il compito di:
Studiare la propensione al rischio dell’azienda, in relazione al settore di riferimento, alla solidità finanziaria e alle risorse disponibili.
Analizzare i rischi potenziali, sul piano operativo, strategico, finanziario e normativo.
Calcolare le probabilità dell’effettiva traduzione dei rischi maggiormente verificabili
Pianificare le risposte, formando il personale interno, attivando partner e consulenti o rivolgendosi alle compagnie assicurative.
Monitorare l’evoluzione dei rischi e le trasformazioni del contesto, per poter attivare contromisure e strategie preventive efficaci.
BCP e CMP, strumenti di resilienza
Strumenti come il Business Continuity Plan (BCP) e il Crisis Management Plan (CMP), sono diventati familiari per molte imprese italiane. Il Business Continuity Plan mira a garantire la continuità operativa dell’azienda con la tecnica del “boccaporti”: ovvero stabilisce in caso di crisi quali attività devono essere mantenute attive e quali settori o produzioni possono rallentare o fermarsi in vista per “restare a galla”.
Il Crisis Management Plan si occupa direttamente del personale e della sua gestione. Durante l’emergenza e a seconda della natura della crisi, agisce rapidamente per ridefinire ruoli, compiti e responsabilità. Stabilisce inoltre un protocollo dedicato per la comunicazione con i clienti, i partner e gli stakeholder.
In conclusione, il risk management, a dispetto del nome, non agisce soltanto a fronte di una crisi, ma rappresenta un autentico valore aggiunto, fornendo una lettura integrata, lucida e prioritaria dei dati. Una risorsa in grado di anticipare i cambiamenti e rendere il tessuto dell’impresa più resiliente.
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