È passato un anno dalla scomparsa del manager che ha rivoluzionato FCA. Il suo insegnamento: guardare sempre avanti.

 

Il filosofo non è l’uomo che fornisce le vere risposte, è quello che pone le vere domande”.

 

Se quanto detto da Claude Lévi-Strauss si prende per vero, Sergio Marchionne potrebbe essere indiscutibilmente annoverato come filosofo. Perché durante la sua straordinaria carriera tante domande gli sono ronzate nella testa e in particolare una - la principale - ha allungato le sue notti: “Come migliorare?”.

 

Con questa domanda negli occhi, Marchionne è riuscito a guardare lontano fin da quel fatidico 1° giugno del 2004, in cui ha messo piede al Lingotto in qualità di amministratore delegato di una FIAT in stato quasi terminale, avvelenata dalla disfunzionalità. Per la sua azienda è stato un medico austero, rispettato, alle volte inintelligibile con quei libri di filosofia tra le mani - retaggio dei suoi studi umanistici - e quella musica jazz dagli influssi rap a dare un altro tono alle riunioni. E pure, grazie a lui, il cuore della Fiat è tornato vitale più che mai.

 

L’insegna dell’azienda è stata lucidata a nuovo: una nuova forma, un nuovo profilo di redditività e, soprattutto, un nuovo modo di operare. Per capire che è stata la scelta giusta, basta dare per un attimo voce ai numeri: il 1 giugno del 2018 FCA si presentava con zero debiti, con un utile netto di 5 miliardi e con 125 miliardi di ricavi.

 

Contestato da molti in Italia, ha trovato parole d’encomio in America sia da Barack Obama che da Donald Trump per il matrimonio con Chrysler, in cui Marchionne ha accompagnato all’altare la Fiat proprio come un vecchio padre. E forse questo è sempre stato: un padre alle volte severo, ma sempre saggio e, soprattutto, un po’ filosofo.