Cambia, prima di essere costretto a farlo”.

Così diceva Jack Welch, CEO di General Electric, inconsapevole di quanto il suo consiglio sarebbe divenuto vitale nel giro di qualche decennio, soprattutto in un paese come l’Italia, dove le radici della manodopera sono secolari e in cui “tradizione” e “lavoro” sono parole spesso pronunciate vicine.

Eppure, nell’immediato futuro, anche nel Bel Paese ‘cambiamento’ non sarà solo una parola chiave, ma anche una parola d’ordine.

I dati emersi nel corso del ‘Forum sul lavoro del futuro e le nuove competenze’ svelano che il 50-60% delle attività svolte dal lavoratore muteranno da qui a 5 anni, al punto da rendere il lavoro stesso difficile da decifrare. Tra commistione di discipline, nuove competenze e ristrutturazioni dei percorsi universitari, la metamorfosi tecnologica sembra avvicinarsi come un minaccioso maelström pronto a inghiottire tutto. Ma niente allarmismi: Donato Iacovone - AD di EY in Italia e Managing Partner dell’area Med - chiarisce che: «Non esiste alcuna prova che il lavoro umano sparirà se non nel 5-10% dei casi e per le attività più ripetitive».

Una forte duttilità e capacità di adattamento sarà richiesta anche nell’ambito scolastico e universitario. Gianmario Verona, rettore dell’università Bocconi di Milano, evidenzia l’importanza di un percorso di studi orizzontale, legato al creative e al critical thinking, rispetto al classico approccio verticale.

Come previsto da EY sui dati OCSE e World Economic Forum, in un’Italia che cerca di ritagliarsi un posto nel nuovo mercato digitale e globalizzato, le skills più richieste e retribuite si impronteranno sulla padronanza di tecnologie innovative. 

 

Per saperne di più: https://bit.ly/2xAuyQ8