Da una recente indagine condotta da Linkedin su un campione di 5.000 top manager HR è emerso che il 91% indica le soft skills come la tendenza numero uno del mondo del lavoro nei prossimi tre anni.

Quell’area prettamente umana e peculiare del lavoratore sta dunque diventando una caratteristica fondamentale, un asso nella manica per la differenziazione e il successo sia delle imprese, sia dei candidati che si propongono sul mercato del lavoro. E la digital transformation ha reso ancora più rilevante il ruolo di queste skills.

Le soft skills ricercate profilano in primis un lavoratore sciolto, comunicativo a tutto tondo, padrone del linguaggio verbale quanto di quello non verbale, dotato di pensiero critico ma che si risolve sempre in un atteggiamento collaborativo. Per finire sotto il binocolo delle aziende è inoltre necessaria una buona dose di leadership, innovazione e quel tipo di creatività che permette di dipanare una matassa guardandola da un altro punto di vista.

Per finire, il rispetto. Rispetto per i propri dipendenti come per i propri superiori, delle scadenze lavorative come degli impegni personali. Insomma, tutte quelle qualità proprie di chi possiede una forte etica del lavoro.

Per comprendere la perentoria importanza di questo cambio di prospettiva, basta dare uno sguardo ai nuovi processi di recruting: analisi del linguaggio del corpo, simulazione di contesti critici e ricerca di precise qualità attagliate per l’azienda.

È indubbio che le hard skills continueranno ad avere un ruolo di rilievo ma, come racconta Micheal Roach, professore statunitense (1952):

“[…] la mente umana è così potente che in un tempo relativamente breve è possibile insegnare a chiunque a svolgere qualsiasi tipo di lavoro esistente al mondo, mentre servono anni per sradicare alcune pessime abitudini e caratteristiche personali”.

 

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